La bellezza salverà il mondo Lev Nicolaevic Myskin


domenica 15 marzo 2009

La poesia di Federica Giordano: fra attaccamento alla terra e ricerca d'Assoluto

È stato presentato alla libreria Guida di Avellino il 12 marzo il libro di poesie della giovane nolana Federica Giordano, Nomadismi (Edizioni Il filo, Roma 2008). All’inizio di questa raccolta d’esordio, l’autrice quasi si stupisce di essere lei “creatrice”. Ci piace qui ricordare un appunto lasciato da un artista del Cinque-Seicento originario delle sue stesse terre, di Carbonara di Nola, per la precisione, che, in un taccuino da poco pubblicato, scriveva: “Io Marco Mele sono pittore”. È la stessa aurorale consapevolezza di iscrivere il proprio nome, magari timidamente, nel grande registro dell’Arte. In questa poesia, intitolata “Arte”, da un lato Giordano invoca, tradizionalmente, la propria Musa, dall’altro riconosce la prepotenza del sentimento. Ma dalla facile equazione poesia = sentimento la giovane autrice si salva fin dal secondo verso di questo iniziale componimento parlando, per la sua creazione, di “versione razionale di un desiderio” (p. 15), anche se, sull’importanza per lei dei “Sentimenti”, torna nella poesia omonima: “Aprite i cancelli, oh servi! / Aprite e serviteli! / […] / Seguiteli, sono loro i veri maestri” (p. 43). Il sentimento diventa qui la strada che porta verso l’Assoluto, come poteva essere, in filosofia, il ruolo dell’arte per Schelling e la pratica relativa che ne facevano i Romantici. E la forma d’arte che sembra prevalere è, romanticamente, la musica: vedi “La notte canta” (p. 25) o “Musica”(p. 74), o la poesia stessa in quanto musica. Se per questo ruolo della musica e del canto può venir fatto di pensare ai suoi teorizzatori filosofici come Schopenhauer e Nietzsche, l’autrice ci porta a sua volta, oltre che a Orfeo, per quanto riguarda il richiamo del mito, alla musica popolare: “Antichi ritmi balcanici / evocano antichi momenti / di catarsi collettiva / nelle danze […]” (p. 57; con riferimento a Goran Bregovic).
Alla musica, ci sembra di poter dire, non viene riconosciuta solo una potenza espressiva, la capacità di proiettarsi verso l’Assoluto operando uno squarcio nell’essere dal quale l’essere stesso, heideggerianamente, viene alla luce facendosi evento. Ma addirittura il canto crea. Il canto viene associato alla notte, la notte come luogo, come grembo oscuro che partorisce la luce e la vita (c’è continuamente nella sua poesia questa ambivalenza buio/luce: ma qui è come se nella dimensione onirica della notte si compisse – freudianamente – la vita vera). Se da un lato possiamo ricordare gli “Inni alla notte” di Novalis, tornando dunque in quella dimensione romantica, dall’altro la produttività creatrice del canto ci può fare pensare a certe mitologie, come quelle degli aborigeni australiani, delle quali parla Bruce Chatwin nel suo “Le vie dei canti”.
Anche la forza della vita, con il suo rapporto con la Natura, è fortemente sentito, e così la sensualità, come in “Poeti d’amore”. Qui, da un lato ritroviamo il rapporto luce/ombra (“La luce cerca appigli sugli oggetti / e tesse fili d’ombre”) che ci dà comunque l’idea di una realtà, eraclitea, sempre in procinto di apparire o dissolversi (vedi appunto titoli come “Dissolvenze” [p. 20] o “Annientamento” [p. 42]), di una realtà brunianamente “acentrica”: un Bruno che compare anche in espressioni come “infiniti mondi” (p. 60) o “materia spirituale” (p. 32). Un concetto, quest’ultimo, pregnante per lo stretto rapporto fra anima e corpo che troviamo in questi versi, perché la ricerca dell’Assoluto non esclude la materialità ma passa addirittura attraverso essa. Come appunto in “Poeti d’amore” per lo stesso rapporto sentimentale: “Ogni bacio è un passo in più verso la bellezza” (p. 49), il che è poi l’amore platonico correttamente inteso: dalla bellezza terrena a quella spirituale e infine alla verità (e dopo leggiamo infatti un riferimento a “verità ignote”). Questa terrestrità, questa corporeità, pur nello slancio trascendente, è poi evidente in “Immersa nella Madre”, che è la Madre-Terra: per rifare un riferimento territoriale, viene fatto di pensare alle statue delle Madri conservate nel Museo di Capua. Ma la pesantezza che quelle potrebbero suggerire è alleggerita dal bel movimento dal testo eponimo Nomadismi (p. 78), in questa leggerezza della “parola nomade”, che ricorda la grazia femminile delle “giravolte della gonna”.
Una poesia, quella di Federica Giordano, che ha già una sua maturità espressiva e che qui ci dà un andamento lirico, fluido, indugiando in alcune espressioni crepuscolari (“fogliolina”, “lucetta”, “paginetta”) o in forme desuete che hanno talvolta giustificazione come nell’esercizio di stile dedicato a Leopardi e intitolato appunto “L’infinito” (p. 44), o, per il troncamento (con l’eliminazione della vocale finale), giustificate dalla funzione ritmica svolta in una poesia che si pensa e si dispiega musicalmente. C’è una voce riconoscibile beneaugurante per la futura crescita culturale e poetica della giovane autrice.

Enzo Rega

1 commento:

  1. bello l'incontro e bravissimi i relatori e il lettore, insomma una serata diversa e autentica... bacio, continua così... :-D

    RispondiElimina